Metabolizzare l’ennessimo attacco contro la nostra comunità ci deve portare ad una riflessione che non si limiti al singolo evento ma alle increspature che toccherà tutti gli ambiti della società; ci stringiamo in rabbia e solidarietà allɜ sorellɜ mortɜ, a coloro che sono rimastɜ feritɜ dall’attacco ma dobbiamo dare voce anche alla comunità che perennemente viene demonizzata e responsabilizzata solo quando avvengono queste aggressioni. È così che impediamo che le destre estreme e la Meloni (pigliati il tuo governo che “condanna ogni forma di odio ed estremismo” e mettitelo su per il culo) strumentalizzino il nostro dolore per attuare le loro ideologie xenofobe, islamofobe e razziste.
Quanto successo al CSD di Berlino è una tragedia.
Ci stringe il cuore al pensare che una persona sia andata alla manifestazione, un momento di festa e celebrazione, senza sapere che non sarebbe tornata a casa. Così, allo stesso modo, ci addolora sapere delle persone ferite, le quali dovranno convivere con il trauma e le conseguenze di quanto accaduto.
Allo stesso tempo, però, è impossibile non vedere lo sciacallaggio da parte delle destre, pronte a creare consenso sui corpi queer quando fa loro comodo.
Dall’AFD di Weidel al Futuro Nazionale di Vannacci, si urla alla remigrazione, alla chiusura dei confini in nome della sicurezza.
Ma chi ci protegge dalla loro, di violenza?
Proprio il giorno prima, infatti, alcun* manifestanti sono stat* caricat* dalla polizia all’Internationalist Queer Pride, il pride antagonista e decoloniale di Berlino. Non è un incidente isolato; lo scorso anno sono avvenuti diversi arresti ed erano stati denunciati diversi pestaggi da parte delle forze dell’ordine.
Gli episodi omolesbobitransfobici registrati in Germania hanno superato la soglia dei 2000. Ma, in questo caso, la destra e le istituzioni tacciono.
Qua si vede la contraddizione maggiore. Se fosse stato un cittadino bianco, cristiano, a caricare la folla, si sarebbe parlato di un singolo individuo. Sarebbe stata patologizzata e usata come giustificazione la sua salute mentale. Seppur si possa parlare a lungo della radicalizzazione di persone bianche all’interno di movimenti neonazisti in Germania, non sarebbe divenuto uno strumento per propagandare a discapito di vite altrui.
Noi, persone queer musulmane, conosciamo bene questo doppio standard.
Le nostre vite continuano a essere cancellate dal dibattito pubblico. Da un lato subiamo il razzismo, la violenza e l’oppressione strutturale di una società che ci marginalizza; dall’altro, troppo spesso, anche negli spazi queer ci viene chiesto di lasciare fuori dalla porta la nostra storia, la nostra cultura, la nostra fede.
Quando avviene un attentato rivendicato in nome dell’Islam il peso ricade immediatamente anche su di noi. La nostra esistenza viene improvvisamente messa sotto processo.
Ci viene chiesto di prendere le distanze, di giustificare la nostra appartenenza religiosa, di dimostrare di essere “divers*” da chi ha commesso violenza. Una richiesta che mai viene rivolta ad altre comunità religiose o culturali quando la violenza proviene da individui che si richiamano alla loro identità.
La nostra identità queer viene usata per confermare stereotipi sull’Islam, mentre la nostra fede viene considerata incompatibile con la nostra esistenza LGBTQIA+. È una doppia cancellazione: troppo musulman* per essere accolti senza sospetto, troppo queer per essere riconosciut* all’interno delle narrazioni dominanti sull’Islam.
Questo meccanismo non nasce dopo ogni attentato: esiste già. Gli episodi di violenza lo rendono semplicemente più visibile e più aggressivo. Alimentano un clima in cui l’islamofobia viene normalizzata in nome della difesa dei diritti LGBTQIA+, mentre le persone queer musulmane vengono escluse proprio da quei discorsi che affermano di voler combattere ogni forma di discriminazione. Eppure esistiamo. Siamo sempre esistit*. Esistiamo nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre moschee, nelle nostre diaspore. Esistiamo anche quando ci viene detto che non dovremmo esistere.
Ci rivendichiamo il diritto di vivere entrambe le identità senza doverci giustificare ogni volta che il dibattito pubblico decide di trasformare le nostre esistenze in un campo di battaglia.



